Considerazioni di settembre:di Giovanni Monchiero

La miglior forma di governo

Una delle citazioni più abusate nel momento nero che sta attraversando l’occidente è il celebre
aforisma di Churchill sulla democrazia: “la peggior forma di governo, eccetto tutte le altre”. Poco
più di un gioco di parole. Consolatorio e quindi adatto alla bisogna.
Perché la democrazia se la passa davvero male. Il tempo in cui l’Europa e gli Stati Uniti
governavano il mondo è un lontano ricordo, vissuto con inutile rimpianto condito di non
ingiustificati rimorsi. Le due catastrofiche guerre che l’Europa ha innescato e subito hanno
prodotto un lungo periodo di pace e prosperità. Il crollo del comunismo ha, poi, ampliato il numero
dei paesi democratici e favorito una supremazia economica che ha consentito all’occidente di
dominare i mercati del mondo e, alla vecchia Europa, di costruire lo stato sociale in misura e
pervasività mai prima conosciute.
Dall’avvento del nuovo secolo si sono avvertiti i primi scricchiolii, cominciando dalla politica
estera. La rapida ascesa di nuovi attori sulla scena economica mondiale ha progressivamente mutato
gli equilibri. Sul piano più strettamente politico, il revanscismo islamico (culminato nell’attentato
simbolo dell’11 settembre) e la trasformazione della Russia e della Corea del Nord in autocrazie
espansioniste hanno alimentano conflitti vecchi e nuovi, in Africa, in Palestina, in Ucraina.
Nonostante la dichiarata volontà di pace, Stati Uniti ed Europa non sono riusciti a fermare le guerre.
Sui popoli coinvolti cadono bombe vere mentre le iniziative diplomatiche si concludono in
sceneggiate propagandistiche.
La debolezza esterna è frutto di una profonda crisi interna che sta minando la capacità dei governi
di affrontare e risolvere i problemi. L’Unione europea sopravvive grazie ad accordi economici ma
l’assetto istituzionale ormai obsoleto non le consente di elaborare e manifestare una volontà
comune.
All’interno dei singoli stati, le cose vanno anche peggio. La Francia è nuovamente scossa da una
rivolta generalizzata che ha come slogan “blocchiamo tutto”: puro nichilismo. Gli Inglesi si rendono
conto solo ora che la brexit fu cieco e controproducente egoismo. L’elenco dei governi che si
reggono su maggioranze deboli abbraccerebbe quasi l’intero continente. Avanzano ovunque,
compresa la Germania, movimenti politici populisti che rinnegano ogni visione comune e si
spingono a riesumare la mitologia nazista.
Gli Stati Uniti rappresentano la più antica repubblica del mondo, le cui istituzioni democratiche
sono rimaste sostanzialmente inalterate per due secoli e mezzo. Tanto che agli americani sembrava
legittimo, persino doveroso, farsi esportatori di democrazia.
Illusione caduta da tempo, per la scarsa ricettività esterna. Oggi poi ci sarebbe da nutrire seri dubbi
su quel che resta da esportare. La società è scossa da frequenti esplosioni di violenza e dal ricorso
all’assassinio politico. È di questi giorni l’attentato a Charlie Kirk, attivista di destra, ucciso durante
un comizio nell’università dello Utah.
Si tratta di un retaggio antico. Sono stati assassinati anche grandi presidenti, come Lincoln e
Kennedy e molti esponenti politici. Ma nessuno aveva mai contestato le regole del sistema. Con
Donald Trump, invece, si è affermato l’esercizio del potere come puro arbitrio. Le cronache ci
riferiscono di decine di aggressioni all’autonomia delle istituzioni indipendenti sulle quali si regge il
sistema di “pesi e contrappesi” pensato per riequilibrare il potere del presidente.

Mi è capitata sotto gli occhi una pagina di Alexis de Tocqueville, pensatore, giurista e politico
francese, sincero liberale, innamorato dell’America dove si era realizzata quella rivoluzione
democratica che in Francia aveva abbattuto l’antico regime, si era snaturata nel terrore e poi risolta
nell’impero di un militare, sino alla catastrofe e alla restaurazione monarchica.
Nel suo testo più noto – “la Democrazia in America”- esprime sincera ammirazione per quanto è
stato realizzato: una società di eguali, almeno nelle condizioni di partenza, cui la libertà consente di
perseguire la realizzazione di sé. Ma mette in guardia sui pericoli del potenziale contrasto fra
uguaglianza e libertà che potrebbe sfociare nell’individualismo, nel disinteresse per la politica e
nella delega del potere a nuovi autoritarismi. All’epoca (siamo nella prima metà dell’Ottocento)
questi timori apparvero infondati. Oggi si manifestano profetici.
L’individualismo, esasperato dalle nuove tecnologie, ha minato alla base quelle istituzioni che si
reggevano soprattutto sull’adesione a valori condivisi. Per gli apostoli della democrazia – ammesso
che ancora ne esistano – gli Stati Uniti d’America sono diventati terra di missione.

L’insostenibile leggerezza delle leggine

La ripresa di questo appuntamento settimanale dopo la pausa estiva non può ignorare la crisi
ferragostana vissuta in lungotevere Ripa, con il Ministro Schillaci che prima ha nominato e poi
sciolto il gruppo tecnico consultivo sulle attività vaccinali. Mano amica, ma non leale, gli aveva
sottoposto alla firma un elenco che comprendeva un paio di medici no-vax. Allo sconcerto e alle
vibrate proteste del mondo scientifico, il Ministro ha prontamente reagito revocando l’intero
comitato e rinviando le nuove nomine a tempi migliori.
È stata una scelta coraggiosa perché sgradita alla Lega, a buona parte di FdI e poco apprezzata,
pare, anche a Palazzo Chigi. Bisogna dare atto a Schillaci di avere tenuto il punto, come richiesto
dal ruolo e dalla sua formazione professionale, contro gli ammiratori della politica sanitaria
Kennediana – quella di Kennedy jr, ovviamente – che, sempre ad agosto, ha licenziato la
responsabile della prevenzione, colpevole di avere respinto raccomandazioni antiscientifiche.
Da noi non siamo ancora a questi eccessi. Si preferiscono posizioni adornate di pluralismo. “Siamo
e saremo sempre per la scienza, che è pluralità di visioni e confronto” – si è letto, in quei giorni, da
parte di parlamentari personalmente favorevoli ai vaccini e sostenitori del diritto di opinione dei no-
vax. Ma la scienza non è un talk show. L’acquisizione di nuovi saperi avviene nel confronto tra
teorie, che, da Galileo in qua, vanno dimostrate con verifiche sperimentali, non affermate come
espressione di libertà.
Accanto alle turbe antiscientifiche, i guai storici della nostra sanità permangono tutti. Ad agosto è
scattato il divieto di mantenere in servizio i cosiddetti “gettonisti” stabilito in un decreto del giugno
2024. Un anno di preavviso non è bastato a risolvere il problema e nei reparti di maggiore criticità –
su tutti il pronto soccorso – il servizio ne ha pesantemente risentito. In molti casi la norma è stata
ignorata o aggirata, utilizzando nuove denominazioni per quelli che sono pur sempre contratti
anomali. Anziché stabilire un divieto sarebbe stato preferibile chiedersi come fosse nato il
fenomeno, alimentato dalla proliferazione di strutture distribuite sul territorio non sempre a seguito
di una corretta valutazione dei bisogni dell’utenza.
Ha compiuto l’anno anche il D.L. n.73/2024, quello sulle liste d’attesa, a suo tempo oggetto di un
duro scontro in conferenza Stato-Regioni. Era stato preceduto dalla riesumazione di una leggina del
1998, volta a limitare l’esercizio della libera professione, quasi che il problema delle liste d’attesa
nascesse di lì. La norma, mal concepita e contraddittoria, era rimasta inapplicata per un quarto di
secolo ed è tornata rapidamente nel dimenticatoio, come era giusto che fosse.
Nonostante gli sforzi delle direzioni aziendali, la comprensione dei sindacati e la disponibilità del
personale, il bilancio del nuovo decreto non è particolarmente lusinghiero. Si è, forse, tamponata
qualche clamorosa lacuna ma rimane un quadro di generale sofferenza. “La Stampa” pubblica in
Piemonte edizioni provinciali che, nella quiete agostana, hanno dedicato ampio spazio ai resoconti
delle iniziative intraprese nelle singole Asl. Non c’è Azienda sanitaria che non abbia incrementato
l’attività, ma i cronisti locali riferiscono anche che le liste d’attesa rimangono, mediamente,
lunghissime.
L’attività extra, svolta il sabato e la domenica, è molto gradita agli utenti, ma non era lecito illudersi
che la ricetta miracolosa potesse consistere nel far lavorare nel week end il personale che ci manca
nei giorni feriali. Nel maggior ospedale della Regione (“Le Molinette”, oggi ribattezzato “Città

della Salute e della Scienza”) i sindacati lamentano un numero di ore di straordinario non retribuito
che si avvicina al milione, cui vanno aggiunte 82.000 giornate di ferie non godute.
Inseguire la domanda aumentando l’offerta si è sempre rivelata soluzione di scarso respiro. In
carenza di personale, poi, appare del tutto illusoria. E il personale manca nel senso che non esiste.
Ieri, a causa di errori di programmazione nella formazione universitaria, oggi per insufficienza di
vocazioni.
I tentativi, succedutisi nel tempo, di affrontare i problemi di tenuta del sistema con interventi di
dettaglio si sono rivelati infruttuosi. Come aggiungere una toppa al vestito di Arlecchino.
La legge istitutiva del SSN ha i suoi anni e li dimostra. Non da oggi sosteniamo che giusto ed
opportuno festeggiarne il cinquantesimo compleanno con una salutare revisione.