Una cattiva giornata – Il tacchino al pranzo di Natale. (Bertrand Russell e le logica induttiva)-Ricchi e poveri :di Giovanni Monchiero

Una cattiva giornata

“Il buon giorno si vede dal mattino” è un antico modo dire che si applica a qualsiasi inizio, in
qualsiasi campo, anche nel caso di periodi che non si misurano certo a giorni di ventiquattro ore.
Detta in senso ironico, la frase dà un giudizio negativo sul presente e fa temere disastri per il
prossimo futuro. Con l’avvertenza che non siamo all’alba di una cattiva giornata. Direi, piuttosto, a
metà mattina di un giorno che si fa via via sempre più cupo.
Il mondo in cui siamo nati e cresciuti, quello che chiamiamo occidente, è in crisi. Crisi demografica,
crisi economica, crisi di potere. La pax americana è finita. Forse non c’è mai stata davvero. Alla
seconda guerra mondiale è seguito un lungo scontro ideologico fra il blocco capitalista e quello
comunista, subito battezzato “guerra fredda”. Poi l’ideologia è morta. L’occidente trionfante aprì
alla globalizzazione. Oggi, viviamo in un mondo multipolare con la costante ascesa delle
moltitudini un tempo emarginate dal solco centrale della storia.
Questa evoluzione appare una minaccia soprattutto a noi europei. La vecchia Europa, che a fine
Ottocento dominava due terzi del mondo, è ancora alla ricerca di sé stessa, di una unità
costantemente contrastata dagli egoismi di staterelli rissosi. Il senso di precarietà è aggravato dal
comportamento del grande protettore che sembra più interessato a taglieggiarci che a garantire la
nostra sicurezza.
Le stravaganze dell’attuale presidenza potrebbero anche rivelarsi fenomeno passeggero e persino
rafforzare la posizione degli Stati Uniti sulla scena del mondo. L’America domina pur sempre i
mercati finanziari, padroneggia le nuove tecnologie e mantiene una netta superiorità militare. La
politica estera è inevitabilmente condizionata dai rapporti di forza e, visto dall’esterno, l’occidente
appare tuttora dominante.
Ma che cos’è quel che chiamiamo occidente? Che cosa unifica paesi molto distanti per geografia e,
in qualche caso, per cultura? Potremmo dire gli accadimenti della storia, gli intrecci dell’economia.
Certo. Ma l’occidente è soprattutto il luogo della democrazia. Tutti i paesi “occidentali” – anche il
remoto Giappone, anche la Corea del Sud – sono retti da governi democratici, regolarmente eletti,
che garantiscono ai cittadini libertà individuale e parità di diritti.
Per valutare le condizioni di salute dell’occidente dovremmo, dunque, considerare, accanto agli
indicatori economici, la solidità delle sue istituzioni democratiche. Che se la passano piuttosto male.
In Europa spuntano come funghi partiti neonazisti, anche in Germania. In Francia, il partito
maggiore è quello fondato da un collaborazionista. Negli Stati Uniti, Trump ha dichiarato guerra a
tutte le autorità indipendenti e – evento quasi incredibile – sta frapponendo seri ostacoli alla libertà
di stampa. Ovunque, si è fatta strada la convinzione che l’elezione collochi i governanti al di sopra
della legge e che sia giusto rimuovere i limiti posti all’esercizio del potere. Tesi singolare, tanto più
che cresce la disaffezione al diritto voto, in molti casi esercitato dalla minoranza degli elettori.
La nostra Costituzione, rigida e molto ben costruita, regge meglio di altre. Ma non sopravviverà a
lungo ai tentativi di adeguarla agli umori del tempo.
La democrazia – giova ripeterlo – si basa sul rispetto delle regole in un contesto di valori condivisi.
Proprio quel che manca nelle nostre società di individui perduti nel nulla, chiusi in sé stessi,
abbagliati dalle pseudo relazioni dei “social”, aggrappati alla libertà personale, non illuminata da
alcuna fede ed incapace di riconoscere dignità e diritti altrui. Prospera l’intolleranza.

Mi ha colpito l’ostracismo contro Emanuele Fiano, ex parlamentare, persona per bene, ebreo. Gli è
stato impedito di parlare a Ca’ Foscari, dove pure era stato invitato dagli studenti. I “Pro-Pal” hanno
ritenuto che, a un “sionista”, non si debba riconoscere il diritto di parola. Del resto, da mesi Liliana
Segre è stata fatta oggetto di insulti e chiamata “nazista”. Lei, sopravvissuta ad Aushwitz.
L’antisemitismo ha radici antiche. Periodicamente riemerge dalle caverne dell’inconscio collettivo
ad annunciarci che si apre una nuova stagione dell’intolleranza. I diecimila scesi in piazza a Torino
(quasi altrettanti a Bologna) a festeggiare il 7 ottobre, si ritengono alfieri della pace mentre
pronunciano slogan di guerra. L’intolleranza si fonda sullo stravolgimento della verità e confida
nell’indifferenza.
Vi propongo questo celebre passo di Martin Niemöller, teologo luterano, oppositore del nazismo.
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a
prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli
omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io
non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto
nessuno a protestare”.

Non aggiungo altro. Per tornare alla metafora iniziale, dovremmo adoperarci molto per riuscire a
scongiurare un nero meriggio.

31 ottobre 2025

 Il tacchino al pranzo di Natale

Se qualcuno ci ponesse il quesito “desiderate una giustizia più rapida e più equa” suppongo che tutti
risponderemmo di sì. State certi che ce lo chiederanno, proprio in questi termini fuorvianti.
La campagna elettorale per il referendum confermativo della legge che modifica il titolo IV della
Costituzione ed introduce la separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e requirenti, è già
iniziata. I sostenitori della riforma partono dal presupposto che la quotidiana amministrazione della
giustizia ne trarrà sommo beneficio; invocano la testimonianza di personaggi anche molto lontani
tra di loro come Berlusconi e Falcone; proclamano la propria vocazione riformista. I contrari
denunciano la gran voglia di mettere mano alla Costituzione; scendono in trincea a difesa
dell’autonomia dei giudici; gridano alla deriva autoritaria. Il clima è questo: impossibile ragionare
nel merito. E siamo appena agli inizi.
Come già detto in altre circostanze, diffido della faciloneria di chi propone modifiche alla Carta.
Tutte quelle sinora apportate hanno compromesso l’integrità e la coerenza del disegno dei padri
costituenti e, purtroppo, si distinguono in modo negativo anche sotto il profilo formale. Andate a
rileggere il Titolo V riscritto nel 2000, verboso e confuso, e confrontatelo con il testo originario,
stringato e limpidissimo. La differenza vi balzerà agli occhi.
Analogamente, l’attuale revisione del titolo IV produce un testo greve, farraginoso con innovazioni
che risuonerebbero stonate anche in un regolamento condominiale. I componenti dei due CSM e
della Alta Corte disciplinare – con esclusione dei membri di diritto e di quelli di nomina
presidenziale – saranno sorteggiati. I rappresentanti dei magistrati, fra tutti quelli in servizio,
suppongo. I rappresentanti del parlamento all’interno di un elenco di giuristi, “compilato mediante
elezione” (testuale!) entro sei mesi dall’inizio della legislatura. Poiché i tre collegi di governo della
magistratura dureranno in carica quattro anni e le Camere cinque, non sarà facile garantire la
necessaria sincronizzazione. Aggiungo che, per dare senso al sorteggio, il Parlamento dovrebbe
produrre un elenco piuttosto ampio, ma la norma non pone alcuna soglia minima.
C’è di più. L’istituto del sorteggio presuppone che non si ritengano degne di eleggere i propri
rappresentanti quelle stesse persone cui demandiamo la delicatissima funzione di amministrare la
giustizia. E non è un bel dire.
Non comprendo, infine, lo scopo della separazione delle carriere. Non solo. Per rendere più
competente ed equanime l’azione dei pubblici ministeri, mi sarebbe piaciuta una soluzione opposta:
consentire l’accesso a questo incarico solo ai magistrati che abbiano svolto, per dieci anni almeno,
la funzione giudicante. L’esperienza dona equilibrio.
Molti ritengono che l’intervento sulla Costituzione sia finalizzato a mettere la magistratura
requirente sotto il controllo del potere politico. Magari non subito, magari non proprio in questi
termini. Ma logica vuole che la separazione abbia senso solo se seguita da una diversa disciplina
giuridica ed economica delle due carriere.
Il governo giura che non sarà così. Il Ministro Nordio afferma, con fermezza, che il provvedimento
non cela alcuna intenzione punitiva nei confronti dei giudici, in particolare dei P.M.
All’intervistatore che, sul Corriere di lunedì scorso, gli faceva presente la contrarietà
dell’Associazione magistrati, Nordio ha risposto: “Nessun tacchino si candida al pranzo di Natale”.

Potrebbe sembrare solo uno sberleffo. Ma in bocca allo chef che ha imbandito la mensa suona come
una confessione.

7 novembre 2025.

 

Ricchi e poveri

Tra i mille sommovimenti – temibili quelli subacquei – suscitati dalla presentazione della manovra
di fine anno, il più surreale è la polemica sulla imposta patrimoniale. Se ne parla, di tanto in tanto,
ma nessun governo ha mai fatto nulla di concreto per realizzarla. Ai massimalisti di sinistra,
qualsiasi prelievo apparirà insufficiente. La destra liberale la ritiene misura iniqua, che colpisce beni
già tassati e non sempre produttori di reddito: una sorta di esproprio annuale a danno dei possidenti
deboli. I forti sanno come eludere il fisco.
Scavando negli archivi della memoria, vien fuori che un assalto ai patrimoni c’è stato: il prelievo
forzoso sui depositi bancari deciso nel 1992 dal governo Amato con un blitz notturno. All’alba ci
svegliammo con un ammanco del sei per mille sui nostri conti. Per le finanze pubbliche erano tempi
cupi, ma non tutti apprezzarono il richiamo alla solidarietà. In autunno, Amato dovette varare una
finanziaria da centomila miliardi (di lire), molto impopolare. Dopo qualche mese, si dimise.
Sebbene molti non la riconoscano più come maestra di vita, la storia è sempre interessante. Ma
com’è che da una finanziaria molto prudente siamo finiti a vaneggiare di imposta sui patrimoni? È
stato Landini, per rafforzare le motivazioni dello sciopero generale indetto – senza CISL e UIL – per
il 12 dicembre, vigilia di santa Lucia. Il governo reagisce con l’ironia sul venerdì. Landini lo accusa
di pensare solo ai ricchi ed invoca la patrimoniale. Seguito immediatamente dalla Schlein che
auspica una patrimoniale europea, un po' per non farsi scavalcare a sinistra e un po' per tirare la
palla in tribuna.
Nella caciara passa in secondo piano la circostanza che l’accusa di tutelare i ricchi ha avuto una
origine non populista. Nel corso delle audizioni sulla finanziaria, Bankitalia, Corte dei Conti, Istat e
persino l’Ufficio Parlamentare di Bilancio avevano osservato che la riduzione dal 35 al 33 %
dell’aliquota Irpef sui redditi da 28.000 a 50.000 € comportava un vantaggio superiore a quello
riconosciuto ai più poveri. Tutta gente che sa far di conto. La notizia è finita sui giornali con la
sintesi “il Governo favorisce i ricchi”. Landini ha colto la palla al balzo.
Prima che si scatenasse lo sdegno dei tutori dell’eguaglianza, la misura era stata oggetto di satira. I
comici, sbagliando i calcoli, sostenevano che comportava un beneficio di 4 €, un cappuccino con
brioche al mese. In realtà si tratta, in media, di un caffè al giorno, 400€ l’anno, comunque poco per
stipendi drenati dal fisco e svalutati dall’inflazione.
Come si fa a considerare ricco chi si colloca in questa fascia di reddito, appena sopra la soglia di
povertà, e, fra Irpef e contributi, se ne porta a casa poco più della metà? E che senso hanno i dotti
richiami all’equità? A Roma qualcuno straparla di redistribuire la ricchezza. Impresa sovrumana,
alla qual mal si addice lo strumento fiscale, utilizzabile solo a favore di chi le tasse le paga, esclusi,
quindi, i poverissimi e gli evasori.
Nel caso, poi, è la parola ricco ad essere del tutto fuori luogo. Le cronache ci riferiscono ogni
giorno di usi sguaiati di ricchezze immense. Gli sceicchi che dotano di impianto di aria condizionata
stadi aperti, nel clima del deserto; Jeff Bezos (Amazon) che spende 50 milioni di dollari per
sposarsi a Venezia; manager che hanno guidato le proprie società sulla via del fallimento e ricevono
buonuscite multimilionarie.
Elon Musk ha stabilito il record dello stipendio più elevato di tutti i tempi, facendosi attribuire da
Tesla (la società è sua) una remunerazione di mille miliardi di dollari in dieci anni, cento miliardi
all’anno. Ma Tesla li guadagna? Stando ai dati delle vendite, non li incassa neppure. Leggendo

meglio la notizia si apprende che il pagamento avverrà in azioni della società stessa, il cui valore
non ha rapporto con l’attività industriale. Siamo a metà strada fra la Paperonata e la truffa. Dove i
milioni diventano miliardi, poi fantastiliardi per trasfigurarsi, infine, nel miraggio.
Nel mondo delle fake news, della società liquida e del pensiero debole, credevamo che il denaro
fosse rimasto l’ultimo canone interpretativo della realtà. Non è più così. Non sono sempre veri

 

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