La riforma che manca, il vuoto della sinistra e la metamorfosi della democrazia:di Domenico Oliva.

“Di fronte al declino della rappresentanza politica la risposta non può essere il feticismo
ideologico o il proclama atlantista bensì è necessario ritrovare la sostanza del conflitto
sociale. Inutile dirlo ma è lapalissiano che c’è un’aria di povertà ideologica che grava sulla
sinistra europea in generale e su quella italiana in particolare. Una paralisi del pensiero
che un’;analisi lucida e priva di sconti non può fare a meno di denunciare. Per chi si
richiama a una tradizione socialista radicata nella realtà materiale dei rapporti di
produzione e del conflitto sociale, lo scenario attuale non è semplicemente
insoddisfacente me è, addirittura, il segno di una crisi di fondo che richiede un’immediata
inversione di rotta. L’ossessione dell’antifascismo formale e una resa ben poco strategica
e anacronistica. La prima e più grave colpa dell’attuale sinistra è l’aver ridotto la propria
missione storica a una forma di esorcismo politico/ideologico e l’uso ossessivo
dell’antifascismo e di tale vocabolo come unico collante identitario, principale leva
elettorale e come perenne stato di allarme; ciò non è solo inefficace, è il sintomo di un
vuoto assoluto di idee. Mentre i salari reali crollano, il welfare viene progressivamente
smantellato e la precarietà diventa l’unica forma di orizzonte esistenziale per le nuove
generazioni, le forze “progressiste” si rifugiano, addirittura, nella nuova trovata delle
patenti di democrazia. Di fronte a scandali di ogni tipo che denotano, ormai un
malcostume e una corruzione diffusa ad ogni livello della società, scandalizzarsi per la
cronaca minuta della destra di governo non serve a mascherare l’incapacità di formulare
un programma alternativo di redistribuzione della ricchezza e del potere oltre che di vera
tuteladelle classi più deboli. L’antifascismo, nella visione socialista, è una prassi di
liberazione sociale e materiale, non un bollino o una firma da apporre su un registro di
conformità ideologica. Quando si trasforma in un’ossessione burocratia, significa che si è
smesso di fare politica di classe e si rischia di ritornare alle leggi razziali con una divisione
legata all’inserimento di un nome in un altro registro. È inevitabile e prevedibile che questo
vuoto programmatico produca una conseguenza logica e drammatica ovvero il totale
declino del ceto politico. Ci troviamo di fronte a una classe dirigente priva di visione
strategica, incapace di abitare la complessità dei processi macroeconomici e ridotta ad
amministrare la polemica del giorno.

La conseguenza più vistosa di questo impoverimento
non è solo l’apatia dei cittadini, ma una vera e propria secessione democratica,
l’astensionismo di massa e l’indifferenza totale dell’elettorato. Chi non va a votare,infatti,
non lo fa esclusivamente per semplice pigrizia o disinteresse, ma per un profondo
sentimento di indignazione e rabbia o di vera e propria repulsione all'esercizio di un diritto.
È la prova tangibile che se la politica rinuncia a incidere sulla vita reale, le urne si
svuotano. La diserzione dai seggi è il rifiuto consapevole di un teatro di ombre in cui le
forze politiche, pur formalmente contrapposte, appaiono speculari nella loro impotenza
strutturale. Tutto questo si inserisce in una cornice più ampia che rappresenta la vera
emergenza delle società occidentali ossia la metamorfosi interna delle istituzioni
rappresentative. Lo spauracchio di un ritorno ai totalitarismi del Novecento, costantemente
agitato dal circuito mediatico, serve paradossalmente a nascondere il pericolo reale, la
democrazia non sta crollando sotto i colpi di un golpe militare ma si sta svuotando
dall’nterno. Giorno dopo giorno assistiamo a uno scivolamento verso un modello
puramente procedimentale. Le grandi decisioni economiche, finanziarie e sociali vengono

progressivamente sottratte al controllo dei parlamenti e delegate a sedi tecnocratiche
extranazionali o a dinamiche di mercato insindacabili e rette da lobby di potere spesso
occulte. Lo Stato democratico rinuncia alla sua funzione sovrana e programmatoria, e i
governi nazionali finiscono per ridursi a semplici amministratori di condominio di dinamiche
globali che subiscono passivamente. Il suffragio universale rischia così di diventare un rito
vuoto, una consultazione periodica che non può alterare in alcun modo gli assetti del
potere reale. Questa rinuncia alla sovranità e al pensiero critico emerge in tutta la sua
gravità nella gestione della politica estera e dello scenario internazionale. L’attuale
dibattito pubblico impone un dogma indiscutibile, un atlantismo monolitico, acritico e
bellicista, dove ogni tentativo di analisi diplomatica viene immediatamente bollato come
eresia o connivenza con il nemico.

Anche su questo punto è necessario fare ordine terminologico. La storia del secondo Novecento dimostra che non esiste un soloatlantismo, bensì una pluralità di orientamenti. Vi è stata una visione multilaterale e strategica che dialogava e costruiva equilibri complessi, pur all’interno dei blocchi, oltre a un atlantismo ora attuale più che mai , caratterizzato da un allineamento cieco e puramente subordinato. La rinuncia dell’Europa e dell’Italia a esprimere un’autonomia
negoziale rispetto ai piani di riarmo e ai diktat geopolitici transatlantici ha esautorato la via diplomatica.

I canali di informazione si muovono spesso con logiche di trincea,
alimentando la propaganda invece di analizzare le cause profonde dei conflitti ambientati
alle porte del continente. Per un socialismo degno di questo nome, l'internazionalismo e la
ricerca di una pace multipolare devono tornare a essere i fari dell'azione politica. Accettare
la logica dello scontro frontale e della militarizzazione del pensiero significa firmare la
definitiva resa culturale del progresso sociale. Abbandonare ogni comfort zone retorica è
l'unico modo per uscire dall'angolo e se la sinistra intende tornare a svolgere una funzione
storica, deve smettere di agitare fantasmi e ricominciare a governare i conflitti della realtà.
All'interno di questo panorama politico è indispensabile la voce di un socialismo
autonomo, capace di distinguersi nell'attuale panorama della sinistra, che dovrebbe
tornare a mettere al centro il lavoro, la giustizia sociale e la tutela dei ceti più fragili, senza
lasciarsi condizionare da appartenenze ideologiche o logiche di schieramento. Si parla di
un socialismo riformista che ha già storicamente rappresentato la capacità di coniugare
principi e pragmatismo, mantenendo una visione critica ma costruttiva. Ciò significa
opporsi con fermezza alle misure che aumentano le disuguaglianze, penalizzano il lavoro
o riducono i diritti sociali, ma anche riconoscere e sostenere quelle iniziative che possono
migliorare concretamente le condizioni di vita delle persone. In una fase storica
caratterizzata dall’aumento delle disuguaglianze, dall’impoverimento del ceto medio e dalle
difficoltà delle aree più marginali del Paese, il compito dei socialisti, infatti, dovrebbe
essere quello di recuperare autonomia di giudizio e credibilità, tornando a essere la voce
di chi vive del proprio lavoro e di chi rischia di essere lasciato indietro. Un socialismo
moderno non deve essere l’appendice di altre forze politiche, ma una presenza autonoma
e riconoscibile, capace di avanzare proposte proprie e di sostenere ogni scelta utile al
bene comune con una coerenza che non consista nell’opporsi sempre all’avversario
politico, ma che dica sempre sì agli interessi dei cittadini più deboli, da qualunque parte provengano le soluzioni. “”
Domenico Oliva.